Impressioni, senza pretese
Lucca, 12 Luglio.
Dovrei buttar giù qualche riga. Chissà, magari
addentrarmi in un’attenta quanto presuntuosa analisi politica
dei perché e i come... No, non ne ho né l’energia,
né la voglia - né credo occorra. I fatti, per quanto
visti in soggettiva, parleranno da soli e chi avrà voglia
di leggere, saprà...
* * *
Le ultime ore prima della manifestazione sono frenetiche: ci
tengo tanto ad aggiornare il sito in tempo reale, è il
mio modo di ringraziare… Le adesioni sono molte, faccio
fatica. Comincio ad essere ottimista, forse qualcosa si muove,
forse, anche se a scoppio ritardato e solo perché mi sono
intestardita, qualcuno, almeno formalmente, reagisce, forse capisce…
L’emozione cresce: incontrerò tante facce sconosciute,
donne che, pur non essendo attiviste, si sono fatte autonomamente
promotrici d’iniziative, si sono messe in gioco in prima
persona… La mia casa è piccola ma ne ospiterò
quante ce ne staranno, dove capita - potessi le accoglierei tutte…
La parola ospitalità ha, oggi, per me, un significato speciale…
E poi ci sono gli amici, le amiche - verranno tutti, me l’hanno
assicurato, di fronte ad un fatto tanto grave non possono mancare…
Prima di arrivare in Piazza Santa Maria mi fermo a bere qualcosa
al Betty Blue. Emy ed Elisa, che hanno preso un giorno di permesso
e si sono fatte 330 chilometri per venire a Lucca, preparano la
videocamera e la macchina fotografica, Sandro ci vede, mi saluta
con calore, si siede con noi. È arrabbiato: ha saputo,
per caso. Si chiede perché i giornali quasi non ne abbiano
parlato, perché la sua associazione non ha fatto nulla…
Se non fossi tanto stanca, se riuscissi almeno una volta ad essere
superficiale, gli darei una spiegazione qualsiasi, più
o meno sensata, ma… non ce la faccio. Spulcio LA REPUBBLICA
e IL TIRRENO alla ricerca di un trafiletto – niente. Alle
17 ci raggiunge Stefania, le chiedo quanta gente ha visto - «Nessuno,
in piazza ci sono solo poliziotti e carabinieri…».
Penso che fare una manifestazione di venerdì, a quell’ora,
è un suicidio, ma… Coraggio, andiamo.
Ore 17:15. All’ombra, sotto l’albero, accanto all’edicola,
due amiche. Scambiamo qualche battuta per tirarci su di morale.
Un po’ defilate vedo facce sconosciute: ragazze capelli
corti, non sono di Lucca, hanno l’aria spaesata, mi guardano.
Penso che sanno chi sono e scioccamente me ne stupisco, vorrei
avvicinarmi per ringraziarle di essere venute, rassicurarle sul
buon esito della manifestazione, che presto la piazza sarà
piena, ma… Tiro fuori le bende e qualcuno mi chiede se può
averne una, le distribuisco e finisco senza rendermene conto.
Un amico, che parteciperà nonostante le stampelle, mi consegna
un CD: «Sono le immagini del raduno di Forza Nuova che c’è
stato a Lucca. Ci sono tutti. Dallo a Sara, chissà, magari
può servire…». Mi tremano le gambe, lo ringrazio,
vorrei piangere, ma… Si avvicina un uomo bella faccia tonda,
mi guarda dritto negli occhi: «Sono Saverio Aversa…»
- gli stringo la mano con forza cercando di trasmettergli la mia
gratitudine, comincia a parlare - so che il mio ruolo m’imporrebbe
d’imbastire relazioni, ma io non sono un politico, non sono
nemmeno un animale sociale e poi non mi piace stare al centro
dell'attenzione, non ho questa necessità… Qualcuno
per fortuna mi chiama levandomi d’impiccio, mi volto e dopo
quattro anni rivedo Marina di Milano, al suo fianco Francesca
Grossi, la mia “colonna romana”, come scherzosamente
la chiamo da quando ha deciso che “se non lo fa chi dovrebbe,
lo faccio io”, ci presentiamo ma… Mi prende una specie
di confuso malessere, le parole si sovrappongono, indistinguibili…
Alla spicciolata arrivano Maria Teresa Leone, Cecilia Carmassi,
Marta Bonetti, Emanuela Tempestini (sante donne, Dio le protegga),
con loro i volantini, il tamburo… Me lo metto: provo a suonarlo
ma la cinghia per tenerlo su è troppo lunga, non si può
regolare, le bacchette batteranno sul bordo, e poi è pesantissimo,
farò una fatica tremenda, ma… Qualcuno mi dice che
sul CORRIERE DI LUCCA e LIBERAZIONE ci sono due articoli, arranco
tamburo a tracolla verso l’edicola, torno da Stefania e
le dico: «Metti in saccoccia». Anche LA NAZIONE ne
parla, riparto. La giornalaia mi chiede il motivo della manifestazione,
vorrei avere la lucidità per spiegarglielo ma… Trovo
un volantino e glielo consegno, mi sembra interessata. Sono già
sfinita. Vorrei andar via o diventare una mosca.
Le 17:30 sono passate da un pezzo, mi guardo intorno: siamo pochi,
pochi davvero, forse un centinaio… Mi chiedo dove sono quelli
che “non si può mancare”, dove quelli che “s’è
inventata tutto”, quelli che “lesbicacce, va là
che vi è andata bene”… Perché non sono
qui per sbatterci in faccia il loro disprezzo, gustarsi l’isolamento
nel quale ci hanno costrette? Dove sono quelli che “è
una schifezza, non ci sono parole”? Mi dicono che alcuni
sono in Piazza San Michele dove distribuiscono volantini e gridano
slogan perché l’idea di partecipare ad un corteo
silenzioso, politicamente troppo corretto, non gli ha sorriso…
Dio…
Ecco Maurizio con il figlio più piccolo capelli sparati
che sembra un istrice, gli carezzo la guancia - che bella sensazione,
per un attimo torno sulla terra… Ecco anche Giulio Maria
Corbelli, Massimiliano Piagentini… Maria Teresa o Cecilia
mi presentano alcune donne della Commissione Pari opportunità
ed altre che non ricordo, vorrei almeno sembrare capace di dire
qualcosa, ma… È l’ora, mi metto in prima fila,
mi accorgo di avere accanto Andrea Tagliasacchi, il Presidente
della Provincia, ma non lo vedo, ormai non vedo più nulla,
percepisco…
«Vai»… Do il primo colpo sul tamburo, poi il
secondo – piccoli passi, in avanti, il bavaglio mi casca…
Mi verranno le bolle alle mani e hai piedi ma, anche dovessi sanguinare,
porterò questa gente a destinazione…
Via Fillungo. Poca gente. Attonita, se non proprio atterrita.
Qualcuno tenta di ridere ma non va più in là di
una smorfia. Le battute hanno un suono sinistro forse anche per
chi le fa. Alla nostra vista la gente si schiaccia contro il muro.
Davanti ho il vuoto, intorno intuisco movimenti. Il vicesindaco
si mette la fascia tricolore. Mi accorgo che, caso più
unico che raro, le persone chiedono di leggere il volantino, non
lo buttano via, non sgattaiolano, rimangono impietrite lasciandoci
passare. Ho la conferma che quasi nessuno sa quello che è
successo, che oggi saremmo stati qui, e allora maledico tutti
quelli che avrebbero dovuto dire e fare qualcosa ma vi hanno colpevolmente
rinunciato: “stupratori!” - vorrei gridargli in faccia,
e gli auguro la morte… Ho rabbia dentro, dolore, e me ne
vergogno - cammino, tengo il tempo perché solo questo voglio.
Via Roma. Il cane di due artisti di strada si spaventa e mi si
avventa contro. Non faccio una piega: potrebbe mordermi ma non
me ne preoccupo – io non ci sono... Urlano e ridono: “Una
manifestazione di lesbiche!”, per fortuna non li sento.
San Michele. Riemergo. Guardo verso la chiesa cercando quella
specie di contromanifestazione organizzata in segno di protesta
contro le modalità di questa. Come si fa a non capire.
La piazza è vuota.
Via Beccheria. Ci siamo. Già da un po’ batto più
forte con una mano sola, l’altra mi serve per tenere su
il tamburo all’altezza giusta. Ho il braccio indolenzito.
Mi chiedo se resisterò… Resisterò, resisterò…
Piazza Napoleone. Sollievo. È bella. Peccato per le attrezzature
del Summer Festival che ne occupano una buona metà. Concerti
per un élite – tutti gli altri fuori, anche noi,
naturalmente. Circumnavighiamo dribblando i tavolini di un bar
- siamo pochi, quindi nessun disagio. Svolto a destra, direzione
Cortile degli Svizzeri, e vedo uno striscione che copre le transenne.
Ingenuamente penso ad un comitato di benvenuto e invece sento
una voce di donna provenire da un megafono… Alla parola
“cazzo” decido di tornarmene nel mio niente.
Cortile degli Svizzeri. Il suono del tamburo rimbomba, abbasso
il volume.
Cortile Carrara. Mi fermo. Finalmente poso il tamburo –
il braccio con il quale l’ho sorretto ha le convulsioni.
Cerco il grande schermo sul quale proietteranno il monologo di
Franca Rame, “Lo stupro”. Non c’è. Compare
un telo di plastica bianca montato su un tre piedi. Ondeggia pericolosamente
agitato dal vento: occorre tenerlo. Riavvolgono il nastro: c’è
troppa luce, non si vede niente, ma Franca quasi invisibile versione
rewind m’inquieta ugualmente. Compare anche una cassa. Mi
chiedo se sarà sufficiente almeno per sentirla. Per la
prima volta dalla partenza del corteo, mi volto. Duecento persone,
non credo di più, due terzi venute da fuori… Ripenso
alla manifestazione del 6 settembre di un anno fa: per una vetrina
infranta si radunarono più di duemila persone… Sì,
c’è qualcosa che non va in questa città, in
questo paese…
Toh, ecco Paola Guazzo (venuta nonostante abbiano ricoverato
suo padre in mattinata), saluto anche Cecilia Giusti, Cristiano
della Libreria Baroni, Fausto, Daniele, Ornella, Uliana, Elena,
Sara e Gabry (il mio piccolo ma agguerrito fans club)…
Mi siedo in terra, il video comincia («Muoviti, puttana,
fammi godere…») e finisce («Li denuncerò.
Domani…»).
Penso a chi ha minimizzato o peggio, gettato discredito, fatto
allusioni pesanti o velate, a chi per avvalorarle parla ancora
di “stranezze”… Penso al CORRIERE DI LUCCA e
ad altri squallidi, ammiccanti articoletti, penso che una giornalista
fa parte dell’Associazione “L’Altro Volto –
Lucca Gay e Lesbica” ed è la maggiore responsabile
di questa campagna diffamatoria…
«Li denuncerò. Domani…» - penso che bisogna
proprio essere malati, o in malafede, o feroci per insinuare che
due persone possano inventarsi una cosa come questa per farsi
pubblicità - pubblicità di cosa, per cosa? Rabbia,
dolore, offesa – sono parole che da sole non possono descrivere
quello che sento.
«Li denuncerò. Domani…» - penso a Sara
che non se l’è sentita di venire ed è meglio
così, basta una in famiglia.
«Li denuncerò. Domani…». Non riesco a
trattenere le lacrime, le nascondo sotto gli occhiali, mi faccio
coraggio: “Via, Ricci, tirati su… la giornata non
è ancora finita”.
Penso che rivoglio indietro la mia vita.
Ore 19:00 circa. Maria Teresa ringrazia – rompete le righe.
Drappelli di sconosciute e sconosciuti si muovono guardandomi.
Vengono anche da molto lontano. Hanno preso un giorno di ferie
o rinunciato ad andare chissà dove per essere qui. Gli
sono così grata, vorrei lo sapessero. Hanno viaggiato in
treno, in macchina, fatto centinaia di chilometri sotto il sole,
sopportato code, cantieri, incidenti, ritardi, coincidenze impossibili.
Qualcuno viene a salutarmi, deve ripartire altrimenti non avrà
più treni utili per tornare a casa. Cerco Sveva Magaraggia,
ci tengo tanto a stringerle la mano… Buffo, non conosco
quasi nessuno eppure queste sono le uniche persone che vorrei
al mio fianco.
Sento gridare: «Inseguila!»
«Chi?»
«Quella ragazza, Mirka! È arrivata da poco, non so
da dove, è da sola, deve ripartire subito!»
Corro, la chiamo. Si volta. Non potrei descriverla, noto solo
che il suo zaino è più grande e pesante di lei.
Mi scuso, la ringrazio, l’abbraccio e la lascio andare.
Torno indietro. Mi si avvicina una donna, mi guarda intensamente:
«Sono Silvia, da Milano… posso chiederti di portare
un bacio a Sara?»
«Certo…» - e guardo andare anche lei. Tristezza,
adesso. Sì, queste sono le persone che vorrei mi circondassero,
sempre, ma ci vorrebbe il teletrasporto…
Spargo la voce: «Andiamocene, non ce la faccio più,
non mi regge il cuore…» - inutilmente. Rilascio persino
un’intervista telefonica a LIBERAZIONE che riporterà
la frase più ovvia e sciocca che ho detto («Le donne
devono smetterla di tacere! Non sono responsabili di niente, sono
solo vittime»), poi, Fabio si avvicina, ha un regalo per
me: Laura, da Treviso… «Laura!» - è arrivata
adesso, anche lei, si scusa neanche fosse colpa sua… È
bella, sguardo dolce e intelligente, vorrei stropicciarla…
L’affido al mio gruppetto di donne coraggiose e m’intrattengo
ancora un po’ con le stoiche sostenitrici della manifestazione…
Colpo di scena. Trafelate arrivano le ragazze del collettivo
Clitoristrix di Bologna: «Ma come, è già finita?»
– sì, è già finita. Ci scambiamo i
volantini, avevano persino fatto degli adesivi… Che forza
queste donne…
Decido di prendere la situazione in mano: «Aperitivo!»
e i tre gruppi si uniscono. Siamo una ventina: che qualcuno venga
a dirci qualcosa, adesso, se ne ha il coraggio. Assaltiamo un
bar. Tutte parlano con tutte, ridono. Donne tanto diverse ed estranee
si relazionano, seppur superficialmente, senza pregiudiziali,
senza alzare steccati. Non so chi è lesbica, chi non lo
è, e penso che non importi a nessuna saperlo.
In fondo basterebbe così poco per trovarsi d’accordo:
fiducia, modestia, generosità, rispetto e buon senso.
Chi poteva e doveva esserci, oggi ha perso l’occasione
d’imparare qualcosa.
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